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Friday, May 1, 2026

TRACEY EMIN EXHIBITION

Si è svolto ieri l'opening della mostra  personale di Tracey Emin alla Galleria Locarn Oì Neill intitolata  There Is A Truth. Un progetto espositivo che segna un nuovo capitolo nella ricerca dell'artista inglese, tra le figure più influenti della scena contemporanea internazionale.

Con There Is A Truth, Emin porta negli spazi della galleria romana una selezione di lavori recentissimi, realizzati tra Londra e Margate nell’ultimo anno. L’esposizione riunisce dipinti, disegni e opere su carta, insieme a una monumentale scultura in bronzo che domina il percorso espositivo. Il titolo – “C’è una verità” – non è solo una dichiarazione poetica, ma una presa di posizione: per Emin l’arte è un atto diretto, quasi inevitabile, una forma di chiarezza esistenziale che impone di guardare senza filtri ciò che è necessario affrontare. 

Le opere in mostra riflettono una fase matura della carriera dell’artista, caratterizzata da una progressiva riduzione formale. Il segno resta rapido, istintivo, ma appare oggi più controllato, quasi trattenuto. Le figure – spesso corpi femminili o tracce di essi – emergono su superfici spoglie, ridotte all’essenziale. 

Questa tensione tra impulso e controllo rappresenta uno degli aspetti più interessanti del lavoro recente di Emin: l’autobiografia, da sempre centrale nella sua poetica, non si traduce più in narrazione esplicita, ma in immagini che condensano emozione, vulnerabilità e memoria.

Fin dagli anni Novanta, quando si affermò come protagonista dei Young British Artists, Emin ha costruito un linguaggio fortemente autobiografico, capace di trasformare esperienze intime in forme visive radicali. Anche in questa mostra, il corpo e la solitudine restano temi centrali, ma filtrati attraverso una maggiore consapevolezza formale. 

Il risultato è un lavoro che, pur partendo da una dimensione personale, riesce a toccare corde universali: desiderio, perdita, fragilità, resistenza.

La mostra romana si inserisce in un momento particolarmente significativo per l’artista, in parallelo con una grande esposizione alla Tate Modern , confermando la centralità della sua ricerca nel panorama globale. 

Allo stesso tempo, il ritorno alla Galleria Lorcan O’Neill – che già nel 2004 aveva ospitato la sua prima mostra in Italia – rafforza un rapporto storico con la scena artistica romana.

Dal 30 Aprile al 31 Agosto

.Galleria Lorcan O'Neill- Vicolo dei Catinari,3


There Is A Truth, 2025
Acrylic on canvas

Just How Much Do I Love You, 2025
Acrylic on canvas


Dreaming About Another World, 2024
Acrylic on paper


I Am Protected, 2025
Acrylic on canvas


Thank You For Your Blessing, 2025
Acrylic on canvas


There Is What I See, 2025
Acrylic on canvas


There Is No Time, 2025
Acrylic on canvas



Love Myself Again And Again, 2025
Acrylic on canvas



It Could Never Happen-No Matter How Much You Love Me, 2025
Acrylic on canvas




Thursday, April 16, 2026

Mario - Schifano. Io guardo

 Dal 18 aprile al 16 maggio 2026, la Galleria Lombardi, nella sede di via di Monte Giordano 40 a Roma, presenta la mostra monografica Mario Schifano | Io guardo, curata da Lorenzo e Enrico Lombardi, con un testo critico in catalogo di Silvia Pegoraro.

In contemporanea alla grande retrospettiva in corso a Palazzo delle Esposizioni, la mostra alla Galleria Lombardi propone un percorso selezionato e rigoroso che attraversa trent’anni di attività dell’artista, dai primi anni Sessanta ai primi anni Novanta, restituendo uno sguardo ravvicinato su uno dei protagonisti dell'arte del secondo Novecento.

Il titolo della mostra, Io guardo, richiama una celebre dichiarazione dell'artista: “Non mi ispiro. Io osservo, guardo... Il mio lavoro nasce dall'esterno, dalla realtà che riesco a captare attraverso i media. Il video per me rappresenta una finestra sul mondo”.

In mostra circa venti opere che ripercorrono i principali nuclei della sua ricerca: dai monocromi ai cartelli pubblicitari, dai paesaggi anemici al ciclo del Futurismo rivisitato, fino ai quadri equestri e alle materie cromatiche degli anni Novanta.

Figura centrale della Scuola di Piazza del Popolo, Schifano rielabora i linguaggi della Pop Art americana in chiave europea, contrapponendo alla logica della riproducibilità industriale una pittura colta, stratificata e orgogliosamente manuale.

Le sue opere trasformano l’immaginario dei consumi e dei mass media – dalle fotografie di giornale alle immagini televisive – in una materia pittorica densa, sospesa tra memoria, visione e critica. Gli smalti che "sgocciolano" su carta, i paesaggi televisivi degli anni Settanta, le "geografie della memoria" degli anni Ottanta e Novanta sono emblemi di un artista capace di "sentire" l'immagine prima ancora di dipingerla.









Wednesday, April 15, 2026

HOKUSAI A ROMA

 Finalmente sono riuscita ad andare a Palazzo Bonaparte per assistere ad una mostra che mi ero ripromessa da un po' di andare a vedere.

Roma celebra il genio di Katsushika Hokusai con una retrospettiva senza precedenti ospitata nelle sale di Palazzo Bonaparte. Aperta dal 27 marzo al 29 giugno 2026, la mostra "Hokusai. Il grande maestro dell'arte giapponese" rappresenta la più completa esposizione mai dedicata in Italia al protagonista indiscusso del periodo Edo e dell'arte ukiyo-e.

L'esposizione vanta un corpus di oltre 200 opere provenienti eccezionalmente dalla collezione del Museo Nazionale di Cracovia. Il percorso curato da Beata Romanowicz guida i visitatori attraverso l'intero arco creativo di un artista che ha saputo fondere natura e spiritualità, influenzando profondamente anche l'arte occidentale e maestri come Van Gogh e Monet.
Tra i capolavori esposti non mancano le icone mondiali:
  • La Grande Onda di Kanagawa: L'immagine simbolo della forza della natura contrapposta alla fragilità umana.
  • Le trentasei vedute del Monte Fuji: La celebre serie che ha ridefinito il paesaggio giapponese.
  • Hokusai Manga: I volumi di schizzi rivoluzionari che testimoniano la sua insaziabile curiosità visiva.
  • L'esposizione vanta un corpus di oltre 200 opere provenienti eccezionalmente dalla collezione del Museo Nazionale di Cracovia. Il percorso curato da Beata Romanowicz guida i visitatori attraverso l'intero arco creativo di un artista che ha saputo fondere natura e spiritualità, influenzando profondamente anche l'arte occidentale e maestri come Van Gogh e Monet.
    Tra i capolavori esposti non mancano le icone mondiali:
    • La Grande Onda di Kanagawa: L'immagine simbolo della forza della natura contrapposta alla fragilità umana.
    • Le trentasei vedute del Monte Fuji: La celebre serie che ha ridefinito il paesaggio giapponese.
    • Hokusai Manga: I volumi di schizzi rivoluzionari che testimoniano la sua insaziabile curiosità visiva.

























Thursday, January 15, 2026

Carla Accardi. Segni dell’anima #2

 C’è tempo fino a sabato 24 gennaio 2026 per visitare a Roma, alla Galleria Lombardi di via di Monte Giordano 40, la mostra monografica Carla Accardi. Segni dell’anima #2, curata da Lorenzo e Enrico Lombardi, con saggio critico in catalogo di Guglielmo Gigliotti, che ha riaperto i battenti dopo la pausa festiva invernale.

L’esposizione rappresenta il secondo capitolo del progetto Segni dell’anima, iniziato nell’ottobre 2025 con la mostra dedicata al marito Antonio Sanfilippo (Segni dell’anima #1).

In mostra 35 opere dagli anni Cinquanta del Novecento a primi Duemila di Carla Accardi (Trapani, 1924 - Roma, 2014), in un percorso che attraversa la sua poetica del segno: una poetica che ha reso l’artista figura centrale dell’astrattismo europeo della seconda metà del XX secolo e inizio XXI secolo.

La selezione di dipinti e disegni invita a scoprire come il segno, per Carla Accardi, sia diventato una forma di respiro, pensiero e vita stessa. Come diceva Apelle, secondo Plinio il Vecchio, citato da Guglielmo Gigliotti nel suo testo critico, “Nulla dies sine linea”, nessun giorno senza tracciare linee: una filosofia che Accardi ha vissuto pienamente, riconoscendo nella linea una metafora della vita stessa, capace di infinite possibilità di sviluppo.

L’esposizione ruota intorno a opere emblematiche come Blu-verde (1964), Segni grigi (1972) e Rossoargento (2001), titoli che già evocano spirito e modi di concepire il segno strutturante e la dimensione cromatica, accesa da contrasti e dissonanze.

Carla Accardi_Senza titolo, 1990
vinilico su tela 100x80


Carla Accardi_Rossonero, 1991
vinilico su tela 50x70

Carla Accardi -Tondo Turchese, 1987
Vinilico su tela diametro 20



Wednesday, January 14, 2026

Conversation Piece Part XI: Affrettati Lentamente

 Dal 15 gennaio al 12 aprile 2026 la Fondazione Memmo di Roma presenta Affrettati Lentamente, undicesimo capitolo di Conversation Piece, ciclo di mostre con cadenza annuale a cura di Marcello Smarrelli, nato con l’intento di restituire una panoramica degli artisti italiani e stranieri che scelgono Roma come luogo di residenza e di ricerca.

Un progetto curatoriale di grande successo, che ha già coinvolto oltre sessanta tra gli artisti più interessanti della scena contemporanea internazionale.

Il titolo della mostra, Affrettati lentamente, si ispira alla celebre locuzione latina festìna lente attribuita dallo storico romano Svetonio all’imperatore Augusto che unisce in un ossimoro due concetti antitetici – velocità e lentezza – per indicare un agire tempestivo e deciso, ma al tempo stesso cauto e riflessivo.

Erasmo da Rotterdam, negli Adagia del 1508, racconta che Aldo Manuzio gli mostrò un denario di Tito con l’immagine dell’imperatore e il simbolo dell’ancora intrecciata a un delfino: allegoria del motto festina lente che unisce rapidità e lentezza. In questo senso è ripreso da Italo Calvino nelle Lezioni americane, per esprimere il tempo della creatività: un’immediatezza che nasce da una lunga sedimentazione, un’intuizione fulminea resa possibile da pazienti aggiustamenti. La tensione tra urgenza e riflessione richiama anche la distinzione aristotelica tra praxis e théôria, descrivendo bene il ritmo alternato dell’atto artistico che può emergere improvviso o maturare lentamente, ma sempre attraverso un processo profondo di organizzazione dei saperi. Nell’epoca della comunicazione veloce, questa dialettica tra rapidità e profondità diventa cruciale, e le immagini tornano a occupare un ruolo centrale, quasi sacrale.

Come di consueto, anche agli artisti di questa undicesima edizione è stato chiesto di confrontarsi con un tema di risonanza universale, ma intimamente legato alla storia dell’arte, alla città di Roma e alla sua storia millenaria.

Esiste un tempo interno alle opere d’arte? Come si percepisce, come si misura e quale valore assume, reale o simbolico, nel processo creativo?

Queste alcune delle riflessioni proposte agli artisti invitati: Alicja Kwade (1979, Katowice, Polonia), vincitrice del Premio Roma 2025-26 presso l’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo; Paul Maheke (1985, Brive-la-Gaillarde, Francia) e Enrique Ramírez (1979, Santiago del Cile, Cile), entrambi pensionnaires 2025-26 presso l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici; Prem Sahib (1982, Londra), BSR – British School at Rome Abbey Fellow 2025-26; Henry Taylor (1958, Ventura, California).

Le opere esposte, realizzate appositamente per gli spazi della Fondazione Memmo o presentate per la prima volta a Roma, riflettono sul tempo dell’arte, raccontandolo attraverso modalità e linguaggi differenti. L’opera d’arte diventa, così, un peculiare misuratore del tempo, il cui funzionamento va di volta in volta decodificato.

Attraverso le sue installazioni, Alicja Kwade invita a riconsiderare i meccanismi della percezione e della conoscenza che entrano in gioco nella vita di tutti i giorni. Il suo linguaggio si fonda sulla capacità di decostruire e decontestualizzare gli oggetti comuni per generare prospettive impreviste e punti di vista inediti su convenzioni socialmente condivise. Con le sue opere – spesso concepite in dialogo con l’architettura, lo spazio esterno e i fenomeni naturali – Kwade esplora i concetti di tempo e spazio con l’obiettivo di introdurre una sensazione di derealizzazione del mondo.

L’opera in mostra, Superheavy Skies (2024) Ã¨ una struttura metallica mobile che consente a singoli elementi di fluttuare liberamente nello spazio. Kwade sfida la percezione visiva dello spettatore agganciando imponenti massi a sottili tondini metallici, creando così un contrasto netto. I bracci della scultura, ispirata ai mobiles di Calder, sono messi in movimento dall’interazione di forze fisiche che ne regolano l’equilibrio. Altri due lavori fanno da contrappunto all’installazione centrale. Da un lato, la scultura Assumption of Distinct Qualities (2025), composta da una pietra che sembra animarsi dall’interno, mentre un ramo di legno cresce organicamente scavandola e attraversandola. Dall’altro, l’opera su carta From light to dark in 3 months XII (91 days/2184(2025) in cui Kwade utilizza delle lancette di orologio in ottone per misurare e visualizzare idealmente il tempo: ogni lancetta rappresenta una singola ora, accompagnando una meditazione poetica sul tempo, sul cambiamento e sulle forze invisibili che plasmano il nostro mondo.

La ricerca di Paul Maheke affonda le sue radici nel pensiero decoloniale ed emancipatorio, mettendo in discussione identità e memoria attraverso la lente della storia. Giocando con l’alternanza di strati trasparenti e opachi – sia in senso letterale che metaforico – l’artista indaga gli elementi che modellano l’immaginario collettivo. Attraverso installazioni, disegni e testi, Maheke ci invita a considerare il corpo come un archivio costantemente reinventato e riscritto - un territorio con una propria cartografia, in cui storie personali e collettive si incontrano e si trasformano.

Per la mostra l’artista ha realizzato una nuova installazione site-specific composta da cinque opere su plexiglass specchiato e alluminio, inserite all’interno di una sala dalle pareti interamente dipinte e rivestite di tende sottili. Attingendo all’iconografia funeraria conservata negli archivi, nei cimiteri romani e non solo, l’opera evoca una coreografia di fantasmi in cui passato e presente si intrecciano. Attraverso questi incontri spettrali, Maheke riflette sulla visibilità, sull’esclusione e sulle sopravvivenze sociali delle storie marginalizzate nel contesto contemporaneo di Roma.

Nella sua pratica Enrique Ramírez combina video, fotografia, suono e installazione per esplorare forme narrative in cui sogno e realtà si confondono per trascendere confini e periodi storici. Mantenendo un equilibrio sottile tra il poetico e il politico, Ramírez costruisce narrazioni stratificate incentrate su un elemento che ricorre in maniera quasi ossessiva: il mare. Spazio della memoria in perpetuo movimento, il mare diventa un luogo di proiezione narrativa in cui il destino del Cile, suo paese d’origine, si intreccia con storie più ampie di viaggi, conquiste e migrazioni.

L’allestimento, concepito come una sequenza temporale, attraversa un ampio spettro di tecniche e materiali: fotografia, collage, installazioni luminose, video, scultura, suono. Nelle fotografie e nei collage della serie Flotilla (2025), le piccole composizioni di immagini e frammenti di vela in dacron evocano flotte fragili e percorsi sospesi, rappresentando il viaggio come esperienza collettiva e insieme individuale, instabile e incerta. I due lightbox - Cruz en un mar – horizonte (2025) - trasformano il paesaggio marino in un memoriale simbolico, dove luce e trasparenze amplificano le assenze e le perdite, mentre il video Mar, la fin prévue (2019) restituisce il mare come spazio sospeso tra promessa di libertà e destino, riconsegnando una percezione meditativa dello scorrere del tempo. Cuatro lamentos a un paisaje (2023) è una scultura mobile e sonora che introduce un’ulteriore dimensione sensoriale. Ispirata a strumenti ancestrali di uso comune, originari dall’Ecuador e dal nord del Cile e del Perù, la scultura fa in modo che l’aria e l’acqua al suo interno generino suoni spontanei. Un paesaggio sonoro che diventa un atto meditativo trasformando il suono in immagine.

Nella pratica di Prem Sahib, il tempo si manifesta come dimensione emotiva e spaziale più che cronologica: un tempo stratificato, in cui passato e presente coesistono nelle tracce dei corpi lasciate negli spazi che li hanno accolti. La ricerca di Sahib esplora la sessualità, l'intimità e il desiderio nell'ambito delle comunità queer; il suo minimalismo rende visibile una temporalità non sincronica, fatta di memorie, desideri e assenze, diventando un modo per interrogare la durata emotiva delle esperienze e la loro persistenza nello spazio.

Helix III (2018) è un rilievo in gesso, con al centro una figura maschile che incarna il corpo “ideale” dell’antichità, su cui l’artista è intervenuto inserendo lungo i bordi pesanti piercing in acciaio cromato, in netto contrasto con la posa classica della figura maschile. Il rilievo, copia di un originale neoclassico, era collocato nella sauna gay “Chariots” nell’East End di Londra, chiusa nel 2016 per lasciare spazio alla costruzione di un hotel di lusso. Salvando dalla quasi distruzione oggetti di rilevanza storica queer e rielaborandone la memoria simbolica, Sahib attinge da un’archeologia urbana capace di ripensare il tempo e la memoria.

Con la sua pittura Henry Taylor cattura frammenti di tempo. I soggetti dei suoi dipinti emergono da una ricerca che attinge alla memoria personale e collettiva, intrecciando biografia, cultura e storia. Nel suo studio convivono ritagli di giornale, fotografie d’archivio del movimento per i diritti civili, scatti di volti noti o sconosciuti.

Il titolo del dipinto esposto, Hershal Earl, when he was young, a youth (2022), sottolinea esplicitamente la condizione giovanile del soggetto. La figura, ritratta frontalmente e a pieno volto, occupa una tela di dimensioni imponenti, scelta che amplifica la presenza del giovane e ne accentua il valore simbolico e identitario. Con gesti rapidi, tocchi di colore saturo e fitte campiture, Taylor è in grado di afferrare un’emozione prima che svanisca. Le sue opere, popolate da figure della comunità nera e da simboli di lotte storiche, attraversano l’intero spettro della condizione umana e diventano biografie visive, testimonianze permanenti della storia di singoli individui e di intere comunità.







Monday, June 9, 2025

Wangechi Mutu - Poemi della terra nera

  Roma- Dal 10 giugno al 14 settembre 2025, la Galleria Borghese ospita, per la prima volta nella residenza del Cardinal Scipione, una mostra dell'artista keniota e americana Wangechi Mutu, dal titolo Poemi della terra nera, a cura di Cloé Perrone. Il progetto, che muove anch’esso, come la mostra recentemente conclusa sul poeta barocco Giovan Battista Marino, dall’interesse del museo nei confronti della poesia, è concepito come un intervento site-specific che si sviluppa nelle sale interne del museo, sulla facciata e nei Giardini Segreti, sfida la tradizione classica, attraversando sospensioni, forme frammentate e nuove mitologie immaginate, e crea un dialogo multistrato tra il linguaggio contemporaneo dell'artista e l’autorità antica.

Il titolo evoca il profondo significato della pratica duplice di Mutuintrecciata tra poesia e mitologie, ma profondamente ancorata ai contesti sociali e materiali contemporanei. La "terra nera", ricca e malleabile sotto la pioggia, quasi come argilla, appare in molteplici geografie, inclusi i Giardini Segreti della Galleria Borghese, che offrono un punto di risonanza con l'immaginario dell'artista. Da questa terra, le sculture sembrano emergere, come modellate da una forza primordiale, dando vita a storie, miti, ricordi e poesie. La metafora sottolinea la forza generativa e trasformativa del suo lavoro: radicato nella materialità ma aperto a molteplici interpretazioni future.

 L'intervento di Wangechi Mutu introduce un vocabolario inedito nell'architettura storica e simbolica della Galleria Borghese. Attraverso la scultura, l'installazione e l'immagine in movimento, l'artista propone un approccio innovativo allo spazio museale, che sfida la gerarchia, la permanenza e il significato fisso. Le sue opere interrogano il peso visivo e l'autorità della collezione, adottando strategie di sospensione, fluidità e frammentazione. In tal modo il museo non si presenta come un semplice contenitore statico di oggetti, ma come un organismo vivo, in continua trasformazione, plasmato dalla perdita, dall'adattamento e dalla riconfigurazione.








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