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Thursday, October 22, 2026

IL CIELO ADDOSSO - LE NUVOLE GIOIELLO DI GIULIA BARELA

 "Straziante meravigliosa bellezza del creato".. finisce così con queste parole di Totò, il poeticissimo cortometraggio di Pierpaolo Pasolini "Cosa sono le nuvole" 

Le nuvole , con la loro consistenza impalpabile, i loro continui mutamenti di forma e la capacità di evocare l'infinito, hanno da sempre esercitato un fascino magnetico. Rappresentano il confine perfetto tra la terra e il cielo, tra la realtà e il sogno.

Giulia Barela trasforma le nuvole in gioielli. sapendo coniugare perfettamente la forza materica del bronzo con una leggerezza quasi onirica. La nuova collezione di gioielli della designer campana, ma romana d'adozione, trae ispirazione dalla consistenza impalpabile e mutevole delle nuvole. per la sua nuova linea di gioielli. Se le precedenti collezioni di Giulia Barela ci avevano abituato a richiami marini, alla forza della terra e a geometrie di stampo classico-mediterraneo, questa nuova linea ribalta le aspettative giocando sul contrasto tra consistenza e leggerezza.

La nuvola viene interpretata non solo come fenomeno atmosferico, ma come simbolo di libertà, sogno e protezione. Le forme morbide, irregolari e avvolgenti sembrano catturare il momento esatto in cui un cumulo di vapore si libra nel cielo, sospeso tra terra e infinito. 

Ciascun gioiello è il frutto di un meticoloso lavoro manuale, questa attenzione sartoriale fa sì che non esista un monile identico all'altro: le piccole imperfezioni e le sfumature della superficie diventano il marchio di fabbrica dell'autenticità e dell'opera d'arte da indossare.


--tutto il mio folle amore lo soffia il cielo...














Friday, October 9, 2026

LEE MILLER. OPERE 1930-1955

La nuova mostra, curata da Walter Guadagnini, presenterà dal 10 ottobre 2026 al 10 gennaio 2027oltre160 immagini tutte provenienti dai Lee Miller Archives, molte delle quali pressoché inedite, per una chiave di lettura sia pubblica che intima del suo lavoro e della sua straordinaria personalità. Il percorso espositivo si concentra sull’intensa attività tra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento dell’autrice americana, ponte ideale tra gli Stati Uniti(sua terra natale), l’Europa(dove decide di stabilirsi –prima a Parigi e poi in Inghilterra) e anche l’Africa(dove trascorre alcuni anni della sua intensa vita).Di origine statunitense (nasce a Poughkeepsie, nello Stato di New York, nel 1907), Lee Miller si sposta a Parigi alla fine degli anni Venti con la determinazione di diventare una fotografa, tanto da convincere Man Ray ad accoglierla come assistente nel suo studio. Da questo momento inizia la sua vera e propria carriera, e continua una vita fatta di incontri e scelte eccezionali: si avvicina al mondo surrealista, diventando amica e musa ispiratrice di Pablo Picasso, Max Ernst,Paul Éluard, stringe rapporti con artiste del calibro di Eileen Agar, Leonora Carrington, Dorothea Tanninge realizza alcune delle immagini più significative della storia della fotografia surrealista, contribuendo anche alla scoperta della solarizzazione, una tecnica che lei e Man Ray sfrutteranno al meglio. Intorno a metà anni Trenta si sposa e si trasferisce per qualche anno in Egitto, dove realizza immagini di paesaggio dal sapore enigmatico, per poi tornare in Europa alla vigilia del conflitto mondiale. Collaboratrice di “Vogue”, realizza per la più celebre rivista di moda non solo i classici servizi dedicati al mondo della haute couture, ma anche – in coincidenza con l’esplosione della Seconda Guerra Mondiale –inattese immagini che uniscono stile e vita quotidiana nella Londra ferita dai bombardamenti tedeschi

 al termine della guerra che Lee Miller realizza i suoi servizi più noti, le tragiche immagini dei campi di concentramento e quelle del disfacimento della Germania nazista, con gli ufficiali suicidi, le fiamme che divorano la dimora estiva di Hitler e le città distrutte. Una serie di scatti ancora pubblicati su “Vogue” e che segnano in maniera indelebile anche la vita di Lee Miller, che dal dopoguerra infatti si ritira insieme al nuovo marito Roland Penrose nella campagna del Sussex, accogliendo lì gli amici artisti, mettendo da parte il suo impegno fotografico fino ad abbandonarlo: ma anche in queste immagini apparentemente solo familiari si legge ancora il genio sovversivo e ironico di una delle più grandi fotografe del XX secolo. Il percorso della mostra segue un andamento cronologico, che evidenzia una delle caratteristiche principali della vita e dell’opera di Lee Miller: la sua inesausta curiosità e il suo continuo desiderio di cambiare, discoprire aspetti nuovi tanto della vita quanto della fotografia. Le immagini che raccontano la sua partecipazione al clima surrealista appartengono infatti a un solo triennio, dal 1929 al 1932. In questo breve lasso di tempo, Lee Miller passa dall’essere solamente l’assistente e la modella di Man Ray – celebre è il racconto che lei stessa fece del loro incontro, in un bar vicino allo studio di Man Ray, al quale si presentò dicendo “Buongiorno, mi chiamo Lee Miller e sono la sua nuova assistente”, e alla risposta del maestro che le ricordava di non avere alcuna assistente lei replicò “Beh, da adesso ne ha una” – a realizzare opere come “Impasse des Deux Anges”, “Exploding hand” e “Coiffure”,tutte in mostra, fino a lavorare autonomamente nell’ambito della fotografia di moda e a recitare in un film di culto del periodo come “Le sang d’un poète” di Jean Cocteau. Ma quando la sua carriera sembra avviata in questa direzione tra arte, moda e cinema, Lee Miller abbandona tutto e torna negli Stati Uniti, dove rimane per altri tre anni, aprendo uno studio fotografico nel quale ritrae diverse personalità del cinema e della high society statunitense e dove rafforza la sua presenza nel campo della fotografia di moda, collaborando anzitutto con “Vogue”. Tutto questo non basta ancora a Lee Miller: incontra il ricco uomo d’affari egiziano Aziz Eloui Bey, se ne innamora, lo sposa e si sposta insieme a lui nel 1934 in Egitto. Una nuova esperienza, dunque, altre fotografie epocali (tra quelle in mostra, si ricorda quella forse più nota di tutte, che pare avere ispirato anche René Magritte, “Portrait of space”), la partecipazione a una sorta di cellula surrealista egiziana, che naturalmente lei metterà in contatto con gli amici europei e, dopo appena tre anni, il sorgere di una nuova inquietudine. Lee Miller torna nuovamente in Europa nel 1937, reincontra i suoi sodali surrealisti, tra cui le amiche Nusch Ã‰luard, fotografata sorridente di fianco a un’automobile in un bellissimo ritratto, Ady Fidelin, nuova compagna di Man Ray, l’artista Dora Maar, compagna al tempo di Pablo Picasso, e conosce Roland Penrose, a sua volta artista e collezionista, che diventerà di lì a poco il suo secondo marito. Alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale nel 1939, si trasferisce con lui in Inghilterra, iniziando una nuova stagione di vita e di fotografia. Cinque anni di guerra, cinque anni di fotografie dopo avere rinunciato a ritornare negli Stati Uniti per continuare a lavorare, volontariamente, nello staff di “Vogue” a Londra: dapprima, tra il 1940 e il 1943, le foto straniate della capitale britannica bombardata dai tedeschi(tra le immagini in mostra, anche la sorprendente “Fire masks”, dove l’abbigliamento di guerra trasforma i soggetti in protagonisti di una scena surreale), poi il desiderio di muoversi e la decisione di entrare a far parte dei reporter al seguito delle armate alleate in Europa, anche se sarà ancora “Vogue” a pubblicare i suoi servizi, sia quelli di moda che quelli più crudi realizzati sul fronte. E se già le sue fotografie sono straordinarie, sia quelle più reportagistiche dell’assedio di Saint-Malo sia quelle più misteriose scattate alla fine della guerra nell’Europa devastata, ancora più sorprendente è la sua eccezionale capacità di scrittura: tutte le immagini che escono su “Vogue”, infatti, sono accompagnate dai testi della fotografa, che si dimostra anche una grande giornalista. In poco più di dieci anni, Lee Miller ha vissuto un numero di vite sorprendente, e dunque non stupisce la conclusione di questa vicenda e dell’intera mostra, che si svolge tra l’Italia – dove la fotografa realizza alcuni servizi sulla Biennale di Venezia, immortalando figure come Peggy Guggenheim o Giorgio Morandi, e dove realizza i suoi ultimi servizi di moda in Sicilia– e la casa della campagna inglese dove lei e Roland Penrose si ritirano, accogliendo gli amici come Saul Steinberg, Max Ernst,Alfred H. Barr Jr., Renato Guttuso, un giovanissimo Richard Hamilton, e mettendo in scena con loro divertenti siparietti che rappresentano l’ultimo contributo della fotografa alla cultura figurativa del suo tempo. Tutto ciò è raccontato nella mostra attraverso160 immagini, accompagnate anche dalla riproduzione di alcune pagine delle riviste dove sono stati pubblicati i suoi servizi fotografici e giornalistici

Museo Civico San Domenico di Forlì

10 ottobre 2026 – 10 gennaio 2027



Thursday, September 24, 2026

Suanjaya Kencut. Where Do We Belong?" | Roma, Mucciaccia Gallery

Dal 25 settembre al 9 novembre 2026, Mucciaccia Gallery presenta a Roma, negli spazi di via Laurina 31, Where Do We Belong?, mostra personale dell’artista indonesiano Suanjaya Kencut (1994, Badung, Bali)

Le 27 opere in mostra– 15 acrilici su tela e 12 sculture in vetroresina – esplorano l’universo policromo dell’artista, dando vita a un gioco di specchi in cui l'osservatore è invitato a riscoprire i propri ricordi.

Attraverso la staticità enigmatica delle sue figure – bambole innocenti e apparentemente prive di espressione, calate in scenari e posture di vita quotidiana – Kencut trasforma lo spazio espositivo in un palcoscenico intimo e condiviso, dove il silenzio dei personaggi diventa un invito a completare, con la propria sensibilità, narrazioni lasciate intenzionalmente in sospeso.

La ricerca di Suanjaya Kencut è profondamente influenzata dalla sua terra d’origine e dall’eredità culturale balinese, che l’artista rielabora e fonde con il linguaggio dell’arte contemporanea.

Il suo personale “archivio subconscio di ricordi” prende forma nei soggetti ricorrenti delle sue opere e trae origine, in particolare, dal fascino esercitato dalle imponenti marionette protagoniste delle tradizionali danze Barong, rappresentazioni rituali che accompagnano le principali cerimonie induiste di Bali.

Motivi ripetitivi, cromatismi vibranti ed elementi pop richiamano i raffinati intagli ornamentali, i tessuti e gli arredi sacri che decorano i templi balinesi, intrecciandosi con un marcato interesse per il fashion design contemporaneo.

Sostituendo gli occhi dei personaggi con bottoni – tradizionalmente considerati la “finestra dell’anima” – Kencut costruisce un ponte fisico ed emotivo tra artista, opera e spettatore. Il pubblico è così chiamato a interpretare l’universo emotivo di ciascuna figura, trasformando l’osservazione in un’esperienza profondamente personale.

Nel suo saggio in catalogo, Maria Vittoria Pinotti sintetizza: “Sebbene la pittura di Suanjaya Kencut ritragga azioni tratte dalla quotidianità, evoca una dimensione sospesa e parallela a quella reale. Attraverso una pittura profondamente narrativa, intesa come pratica ancestrale del racconto, l’artista attraversa i confini e i paesaggi di un territorio surreale, originato dalle proprie memorie legate all’infanzia trascorsa a Bali. Nella sua ricerca emerge una necessità della pittura contemporanea: l’esigenza del racconto, inteso sia come una costruzione fantastica sia come un’acuta riflessione legata a eventi, esperienze e trasformazioni del presente. In un’epoca attuale come la nostra, segnata da migrazioni, identità sospese e dalla progressiva erosione dei confini culturali e geografici, Suanjaya Kencut propone una personale chiave di lettura, un piccolo atlante di territori da scoprire attraverso uno sguardo visionario e ludico, ma non per questo superficiale”.








Thursday, September 10, 2026

Shilpa Gupta - One Palm Closer to the Sky - Fondazione Furla

 Per l’ottava edizione del programma Furla Series, Fondazione Furla e GAM - Galleria d’Arte Moderna di Milano presentano One Palm Closer to the Sky, mostra personale di Shilpa Gupta, a cura di Bruna Roccasalva.

 

Tra le voci più autorevoli dell’arte contemporanea internazionale, Shilpa Gupta esplora temi quali il linguaggio, la censura, la mobilità e le strutture di potere che modellano l'identità e la libertà degli individui. Attraverso una pratica multidisciplinare che spazia tra scultura, installazioni luminose, video, suono e performance, Gupta intesse dialoghi tra lingue e territori, singolarità e collettività, intimità e sfera pubblica, tramite opere che coniugano rigore concettuale e accessibilità.

 

One Palm Closer to the Sky presenta una serie di nuove produzioni che restituiscono alcuni dei nuclei fondamentali del lavoro di Gupta: l'interesse per il linguaggio e il testo, il coinvolgimento attivo del pubblico, la rielaborazione di oggetti d'uso comune e la capacità di creare cortocircuiti tra arte e vita, anche attraverso interventi che escono dagli spazi istituzionali per inserirsi nella sfera pubblica.

 

Il progetto si inserisce nella più ampia riflessione dell'artista sul rapporto tra l'individuo e i sistemi di controllo che ne condizionano l'esistenza, sul modo in cui media, linguaggio e istituzioni contribuiscono a plasmare la percezione di noi stessi e del mondo. All'interno di questa indagine, One Palm Closer to the Sky si concentra in particolare su quel senso di speranza che, dopo generazioni di lotte per la libertà, continua a resistere pur sembrando oggi vacillare di fronte alla crescente affermazione di derive autoritarie su scala globale.

 

Attraverso il lavoro di Shilpa Gupta, che interroga criticamente le narrazioni di identità, appartenenza e confine, la collezione ottocentesca della GAM – testimonianza di una stagione storica in cui questi concetti prendono forma – dialoga con le tensioni del presente.

 

Con un percorso espositivo che prende avvio dal cortile del museo e si sviluppa nelle cinque sale del piano terra, la mostra offre una panoramica sulla pratica di Shilpa Gupta, sottolineando la sua capacità di trasformare la ricerca in esperienza e di fare dell'arte uno strumento di indagine e riflessione critica capace di aprire spazi di ascolto, immaginazione e confronto.

 

One Palm Closer to the Sky di Shilpa Gupta si inserisce nel quadro della partnership pluriennale tra Fondazione Furla e GAM - Galleria d'Arte Moderna di Milano, che dal 2021 presenta con cadenza annuale un progetto espositivo inedito, volto a mettere in dialogo l’arte contemporanea con gli spazi storici e la collezione permanente del museo.

 

Furla Series è il progetto che a partire dal 2017 vede Fondazione Furla impegnata nella realizzazione di mostre in collaborazione con importanti istituzioni d’arte italiane, con un programma tutto al femminile pensato per celebrare e promuovere il contributo fondamentale delle artiste nella cultura contemporanea.









Wednesday, September 9, 2026

All That Changes You. Metamorphosis di Isaac Julien

 Nel contesto della mostra Metamorfosi. Ovidio e le arti – il grande progetto espositivo nato dalla collaborazione tra il Rijksmuseum di Amsterdam e la Galleria Borghese, a cura di Francesca Cappelletti e Frits Scholten, in corso alla Galleria Borghese fino al 20 settembre 2026 – dal 15 settembre al 25 ottobre 2026 sarà presentata l’installazione filmica dell'artista e regista britannico Isaac Julien, All That Changes You. Metamorphosis (2025), a cura di Lorenzo Giusti.

 Ripensata appositamente dall'artista per gli spazi dell'Uccelliera della Galleria Borghese, la videoinstallazione, ispirata al ciclo di affreschi realizzato da Giulio Romano per Palazzo Te a Mantova, amplia il percorso espositivo attraverso il linguaggio immersivo dell'immagine in movimento.



Thursday, July 9, 2026

Inaugura il nuovo spazio espositivo RIPENSE con la mostra “LIVING! Julian Beck pittore”

 Da domani, 10 luglio 2026, apre al pubblico "RIPENSE", il nuovo spazio espositivo dell’Accademia Nazionale di San Luca a Roma (Trastevere), inaugurato con la mostra "Living! Julian Beck pittore", a cura di Lorenzo Mango, visitabile fino al 14 novembre 2026

L’Accademia Nazionale di San Luca ets amplia la propria attività culturale con un nuovo spazio espositivo, sempre a Roma, originariamente acquistato dalla Fondazione Toti Scialoja come sua futura sede. Disatteso quel progetto, l’Accademia ha deciso di prenderlo in gestione per svilupparvi iniziative artistiche e culturali.

Il nuovo spazio denominato RIPENSE, dalla via dove si trova, adiacente a Lungotevere Ripa, nasce come storico deposito e magazzino all’ingrosso di profilati ferrosi e metalli. Concepite come un grande ambiente industriale di circa 400 metri quadrati, le sue architetture conservano soffitti molto alti, ampie campate libere e travi d’acciaio a vista, originariamente progettate per sostenere i carichi e agevolare le operazioni di scarico delle merci.









Thursday, June 11, 2026

JAN FABRE. Allegory of Caritas

 Ad inaugurare 21Art Montecarlo, sarà l'artista belga Jan Fabre, tra le figure più influenti della scena contemporanea internazionale. Curata da Melania Rossi, la mostra Allegory of Caritas (An Act of Love) sarà aperta dall'11 giugno all'11 settembre 2026 e presenterà circa cinquanta opere, tra cui sculture in corallo rosso del Mediterraneo e una serie di disegni realizzati con il sangue dell'artista stesso.


Con oltre quattro decenni di ricerca artistica che abbracciano arti visive, teatro e letteratura, Jan Fabre ha esposto in alcune delle istituzioni più prestigiose al mondo, tra cui il Museo del Louvre di Parigi e il Museo dell'Ermitage, diventando il primo artista vivente a tenere importanti mostre personali in entrambi i musei. Le sue opere sono state inoltre presentate alla Biennale di Venezia, a Documenta Kassel e in numerosi musei e festival internazionali.

Allegory of Caritas (An Act of Love) riflette la pratica visionaria di Fabre, fondendo l'antica tradizione simbolica del corallo con il concetto di caritas, dal latino carus, che significa "amato" o "prezioso". Presente nelle culture di Oriente e Occidente, la nozione di caritas diventa, nell'opera di Fabre, una forza universale di solidarietà, compassione e amore, capace di generare e preservare la vita.

La mostra comprende i celebri teschi da vanitas dell'artista, cuori anatomici, croci, oggetti liturgici, simboli Yin e Yang, nodi d'amore celtici ed emblemi associati all'aiuto umanitario e alla solidarietà collettiva, accanto a oggetti legati ai ricordi personali e alle credenze popolari.

Le sculture in corallo rosso del Mediterraneo - forme rosso fuoco che sembrano emergere direttamente dalle profondità dell'immaginazione dell'artista - creano un incontro poetico tra materia naturale e visione artistica. Altrettanto potenti sono i disegni realizzati con il sangue, nei quali Fabre utilizza il proprio sangue con straordinaria precisione tecnica per raccontare la gestazione di suo figlio Django.

Un antico legame simbolico unisce sangue e corallo. Nel poema Le Metamorfosi di Ovidio, si racconta che il corallo abbia origine dal sangue di Medusa; persino la struttura ramificata del corallo richiama l'intricata rete di vene e arterie del corpo umano.

Come osserva la curatrice Melania Rossi, «Attraverso queste opere, l'arte diventa un linguaggio privilegiato per rappresentare la vita, le sue origini, i suoi misteri, le sue opposizioni e armonie. Nella ricerca meticolosa e profondamente spirituale di Fabre, bellezza e vulnerabilità convivono, trasformando l'esperienza personale in una riflessione universale».

La fisicità primordiale delle sculture in corallo risuona con la tenerezza intima dei disegni realizzati con il sangue, nei quali l'artista racconta le prime fasi dell'esistenza attraverso le ecografie del figlio non ancora nato. L'emozione privata viene elevata a una meditazione universale sulla fragilità, l'empatia e l'interconnessione umana.
La tensione che permea l'opera di Fabre - sospesa tra carne e spirito, vita e morte, sofferenza e riconciliazione - rivela infine una visione artistica intrisa di profonda spiritualità. Come afferma l'artista, «L'arte è come l'amore, conduce sempre alla riconciliazione».

Il corallo utilizzato da Jan Fabre per le sue sculture è corallo del Mediterraneo, una specie di profondità la cui raccolta è pienamente legale. Il materiale proviene da Enzo Liverino 1984 di Torre del Greco, storica azienda specializzata nella lavorazione ed esportazione del corallo a livello mondiale, con la quale Fabre aveva già collaborato per la sua mostra personale presso il Museo e Real Bosco di Capodimonte e per le installazioni permanenti presso il Pio Monte della Misericordia, la Cappella di San Gennaro e la chiesa di Santa Maria del Purgatorio ad Arco (Napoli).

Un aspetto particolarmente importante è che Liverino, come altre aziende di Torre del Greco, è nota per l'utilizzo responsabile del corallo, oggi raccolto nel rispetto di rigorose normative sulla pesca nel Mediterraneo. Questo corallo non appartiene infatti agli ecosistemi delle barriere coralline minacciati dai cambiamenti climatici e dall'acidificazione degli oceani e, soprattutto, non è considerato una specie in pericolo, essendo tutelato da organizzazioni internazionali come la CITES.

Considerato l'impegno speciale del Principato di Monaco nella conservazione degli oceani, 21Art presenta la mostra di Jan Fabre Allegory of Caritas (An Act of Love) in dialogo ideale con uno dei più importanti centri mondiali dedicati alla ricerca e alla conservazione dei coralli.

Già presente a Roma, Treviso, Padova e Jesolo, la società benefit fondata da Alessandro Benetton su un progetto dell'imprenditore Davide Vanin sceglie Montecarlo per la sua prima sede all'estero: una decisione strategica e simbolica che riflette la rapida evoluzione della città in un polo culturale internazionale.

Situata nel nuovo eco-quartiere Mareterra (Quai du Petit Portier, 22), importante progetto affacciato sul Mediterraneo progettato da Renzo Piano, 21Art Montecarlo promette di diventare una destinazione dinamica per la scoperta di artisti internazionali affermati ed emergenti, offrendo un programma dedicato ad alcune delle voci più interessanti dell'arte contemporanea.


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