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Friday, May 1, 2026

TRACEY EMIN EXHIBITION

Si è svolto ieri l'opening della mostra  personale di Tracey Emin alla Galleria Locarn Oì Neill intitolata  There Is A Truth. Un progetto espositivo che segna un nuovo capitolo nella ricerca dell'artista inglese, tra le figure più influenti della scena contemporanea internazionale.

Con There Is A Truth, Emin porta negli spazi della galleria romana una selezione di lavori recentissimi, realizzati tra Londra e Margate nell’ultimo anno. L’esposizione riunisce dipinti, disegni e opere su carta, insieme a una monumentale scultura in bronzo che domina il percorso espositivo. Il titolo – “C’è una verità” – non è solo una dichiarazione poetica, ma una presa di posizione: per Emin l’arte è un atto diretto, quasi inevitabile, una forma di chiarezza esistenziale che impone di guardare senza filtri ciò che è necessario affrontare. 

Le opere in mostra riflettono una fase matura della carriera dell’artista, caratterizzata da una progressiva riduzione formale. Il segno resta rapido, istintivo, ma appare oggi più controllato, quasi trattenuto. Le figure – spesso corpi femminili o tracce di essi – emergono su superfici spoglie, ridotte all’essenziale. 

Questa tensione tra impulso e controllo rappresenta uno degli aspetti più interessanti del lavoro recente di Emin: l’autobiografia, da sempre centrale nella sua poetica, non si traduce più in narrazione esplicita, ma in immagini che condensano emozione, vulnerabilità e memoria.

Fin dagli anni Novanta, quando si affermò come protagonista dei Young British Artists, Emin ha costruito un linguaggio fortemente autobiografico, capace di trasformare esperienze intime in forme visive radicali. Anche in questa mostra, il corpo e la solitudine restano temi centrali, ma filtrati attraverso una maggiore consapevolezza formale. 

Il risultato è un lavoro che, pur partendo da una dimensione personale, riesce a toccare corde universali: desiderio, perdita, fragilità, resistenza.

La mostra romana si inserisce in un momento particolarmente significativo per l’artista, in parallelo con una grande esposizione alla Tate Modern , confermando la centralità della sua ricerca nel panorama globale. 

Allo stesso tempo, il ritorno alla Galleria Lorcan O’Neill – che già nel 2004 aveva ospitato la sua prima mostra in Italia – rafforza un rapporto storico con la scena artistica romana.

Dal 30 Aprile al 31 Agosto

.Galleria Lorcan O'Neill- Vicolo dei Catinari,3


There Is A Truth, 2025
Acrylic on canvas

Just How Much Do I Love You, 2025
Acrylic on canvas


Dreaming About Another World, 2024
Acrylic on paper


I Am Protected, 2025
Acrylic on canvas


Thank You For Your Blessing, 2025
Acrylic on canvas


There Is What I See, 2025
Acrylic on canvas


There Is No Time, 2025
Acrylic on canvas



Love Myself Again And Again, 2025
Acrylic on canvas



It Could Never Happen-No Matter How Much You Love Me, 2025
Acrylic on canvas




Wednesday, April 22, 2026

MIMMO ROTELLA. 1945–2005

 A vent’anni dalla scomparsa di Mimmo Rotella (1918–2006), Palazzo Ducale di Genova dedica una grande retrospettiva a uno dei protagonisti assoluti dell’arte italiana e internazionale del Novecento. La mostra MIMMO ROTELLA. 1945–2005, curata da Alberto Fiz, realizzata in collaborazione con la Fondazione Mimmo Rotella e prodotta da MetaMorfosi Eventi, ripercorre oltre sessant’anni di attività dell’artista, restituendo la complessità e l’attualità di una ricerca che ha segnato in modo radicale il rapporto tra arte, immagine e società contemporanea.


Aperta al pubblico dal 24 aprile al 13 settembre 2026 e allestita nelle sale del Sottoporticato di Palazzo Ducale, l’esposizione riunisce oltre 100 opere provenienti da musei, fondazioni e collezioni pubbliche e private offrendo una lettura ampia e articolata dell’incessante ricerca artistica di Rotella, dal 1945 al 2005.


Thursday, April 16, 2026

Mario - Schifano. Io guardo

 Dal 18 aprile al 16 maggio 2026, la Galleria Lombardi, nella sede di via di Monte Giordano 40 a Roma, presenta la mostra monografica Mario Schifano | Io guardo, curata da Lorenzo e Enrico Lombardi, con un testo critico in catalogo di Silvia Pegoraro.

In contemporanea alla grande retrospettiva in corso a Palazzo delle Esposizioni, la mostra alla Galleria Lombardi propone un percorso selezionato e rigoroso che attraversa trent’anni di attività dell’artista, dai primi anni Sessanta ai primi anni Novanta, restituendo uno sguardo ravvicinato su uno dei protagonisti dell'arte del secondo Novecento.

Il titolo della mostra, Io guardo, richiama una celebre dichiarazione dell'artista: “Non mi ispiro. Io osservo, guardo... Il mio lavoro nasce dall'esterno, dalla realtà che riesco a captare attraverso i media. Il video per me rappresenta una finestra sul mondo”.

In mostra circa venti opere che ripercorrono i principali nuclei della sua ricerca: dai monocromi ai cartelli pubblicitari, dai paesaggi anemici al ciclo del Futurismo rivisitato, fino ai quadri equestri e alle materie cromatiche degli anni Novanta.

Figura centrale della Scuola di Piazza del Popolo, Schifano rielabora i linguaggi della Pop Art americana in chiave europea, contrapponendo alla logica della riproducibilità industriale una pittura colta, stratificata e orgogliosamente manuale.

Le sue opere trasformano l’immaginario dei consumi e dei mass media – dalle fotografie di giornale alle immagini televisive – in una materia pittorica densa, sospesa tra memoria, visione e critica. Gli smalti che "sgocciolano" su carta, i paesaggi televisivi degli anni Settanta, le "geografie della memoria" degli anni Ottanta e Novanta sono emblemi di un artista capace di "sentire" l'immagine prima ancora di dipingerla.









Friday, April 10, 2026

Man Ray: M for Dictionary

 Fondazione Marconi e Gió Marcon presentano Man Ray: M for Dictionary, un’ampia retrospettiva dedicata a Man Ray, che pone il pensiero linguistico dell’artista come principio guida e ne esplora i diversi mezzi espressivi.

La mostra, presentata in occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa dell’artista, è realizzata in collaborazione con il curatore e storico dell’arte Yuval Etgar e Deborah D’Ippolito.

 

Fotografo tra i più celebrati dell’epoca moderna, ideatore originale di oggetti e multipli, pittore e disegnatore, Man Ray è stato un artista multimediale nel senso più ampio del termine. Attratto dal passaggio dall’artigianato manuale alla riproduzione meccanica, cercava di fondere dimensione formale e concettuale. Ma forse, più di ogni altra cosa, il mezzo espressivo che ha attraversato e caratterizzato l’intera sua produzione artistica è stato il linguaggio.

 

All’anagrafe Emmanuel Radnitzky, nato nel 1890, Man Ray era figlio di immigrati russi che si stabilirono inizialmente a Filadelfia per poi trasferirsi a Brooklyn. Nel 1912 la famiglia abbreviò il proprio cognome in Ray con l’intento di celarne le origini ebraiche. Ancora giovane, Emmanuel fece lo stesso, trasformando il proprio nome in Man Ray: un gioco di parole dal carattere trasformativo che gli consentì di reinventare la propria identità senza cancellarla del tutto. Questo episodio, al tempo stesso fonte di ispirazione e di tensione, divenne emblematico del suo modo di intendere l’arte e rappresentò con ogni probabilità il primo di una lunga serie di slittamenti e giochi linguistici.

 

Come un dizionario, la mostra Man Ray: M for Dictionary sviluppa la fascinazione dell’artista per le relazioni inesplorate tra parole, oggetti e immagini.

 

Prima retrospettiva dell’opera di Man Ray che fa del linguaggio la principale chiave di lettura, Man Ray: M for Dictionary rievoca l’esposizione dell’artista presso lo Studio Marconi nel 1969 (Je n’ai jamais peint un tableau récent) e la realizzazione del suo celebre ciclo di disegni Alphabet for Adults. Raccolta di giochi visivi e linguistici, ogni disegno dell’alfabeto presenta una lettera accompagnata dall’immagine di una parola che inizia con quella stessa lettera – ‘D’ per delightdevise o do, e ‘R’ per real o regret. Vero e proprio scrittore visivo, Man Ray dà forma, nei suoi disegni così come nelle fotografie, negli oggetti e nei dipinti, a un autentico esperimento linguistico: ironico e critico, ma anche intimo e profondamente provocatorio. «Creare un nuovo alfabeto a partire dai resti di una conversazione può condurre solo a nuove scoperte nel linguaggio», scriveva, e «la concentrazione è il fine desiderato, come in un anagramma la cui densità è misura del suo destino».

M for Dictionary Ã¨ organizzata in cinque sezioni principali, intitolate ‘The Alphabet’, ‘Light Writing’, ‘Body Language’, ‘Objectives’ e ‘Mathematical Objects’. Un secondo allestimento, dal titolo In Other Words, presenta opere di artisti contemporanei della galleria – Alex Da Corte, Simon Fujiwara, Wade Guyton, Allison Katz e Tai Shani – la cui attenzione al linguaggio come condizione della creazione visiva e materiale si collega direttamente all’eredità di Man Ray.

11 aprile – 24 luglio 2026


Main Ray, 1935-1971Bronzo dipinto e palla da biliardo in avorio su una base di plexiglassPainted bronze, ivory billiard ball on plexiglass baseEdition of 10, GalleriaSchwarz, Milan 197123.5 x 14.6 x 14.6 cm© Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2026


Emak Bakia,1926-1970Argento e crine di cavalloSilver and horsehairEdition of 10, Studio Marconi,Milan 197046.5 x 14 x 15 cm© Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2026

L’Énigme d’Isidore Ducasse,1920-1971Macchina per cucire avvolta in unacopertaSewing machine wrapped in a blanketEdition of 10, Galleria Schwarz, Milan 197145 x 58 x 23 cm© Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2026

Palettable, 1941-1971Tavolozza dipinta su tre piediOil paint on three-legs tableEdition of 10, Galleria Schwarz, Milan 197161.5 x 87.5 x 51.5 cm© Man Ray2015 Trust, by SIAE 2026

Man Ray all’opening della mostraJe nai jamais peint un tableau rcent, StudioMarconi, Milano 1969foto di Enrico Cattaneo

Man RayAutoritratto/ Self-Portrait, 1943-1974Fotografia / PhotographEdition of 100,Studio Marconi, Milan 197418 x 13 cm© Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2026


Wednesday, March 11, 2026

CADOGAN GALLERY | Kim Bartelt. Der Himmel über Berlin |

L’artista berlinese presenta un nuovo corpus di opere che indagano gli stati di transizione tra spazi e istanti sospesi, esplorando condizioni di soglia in cui percezione, memoria e materialità restano in costante tensione<
 Fino all'8 aprile, gli spazi milanesi di Cadogan Gallery ospitano la mostra personale dell’artista berlinese Kim Bartelt dal titolo Der Himmel über Berlin.
 Proseguendo un’indagine attivata con la precedente mostra Zwischen Tür und Angel, l’artista presenta un nuovo corpus di opere che esplorano il senso di transizione tra spazi e istanti sospesi, una condizione di soglia che esprime con un linguaggio formale delicato, caratterizzato dall’applicazione di fogli di carta velina su tela, a comporre blocchi geometrici. 
La carta semi-trasparente, per l’artista, è metafora della transitorietà, evocando la vulnerabilità del momento e l’impermanenza dell’esperienza vissuta. Attingendo al linguaggio dell’astrazione geometrica, il lavoro di Bartelt riflette sull’effimero in un mondo iperaccelerato e sulle connessioni nascoste dell’esperienza umana contemporanea, spesso sepolte sotto strati di distrazione digitale. L’uso di un vocabolario visivo consapevolmente ridotto, composto da quadrati e rettangoli sovrapposti, incanala stati emotivi complessi in composizioni apparentemente controllate e armoniose, dove ogni sovrapposizione crea giochi di luce e ombra. Concepito nel suo studio, questo nuovo ciclo di lavori trae ispirazione dalle tonalità e dall’atmosfera dello skyline urbano, visibile in lontananza dalla finestra. 
Lo spettatore è invitato a sostare in questo spazio di transizione, sottilmente avvolto dalla palette della città: una soglia in cui materialità e sentimento convergono.
 Negli spazi di SOLO della galleria sarà visibile, fino all’8 aprile 2026, un gruppo di opere dell’artista texana Terrell James. Attraverso una propria e inconfondibile lente astratta, l’artista dipinge il mondo naturale: pur interpretando il paesaggio piuttosto che rappresentarlo, le forme organiche delle sue opere alludono direttamente alle loro origini in piante, animali, fossili e ghiacciai. Forme definite dominano questi nuovi lavori, che segnano una nuova fase della pratica dell’artista, generando un ritmo percepibile e un senso lirico di movimento all’interno di ogni composizione.


Wednesday, February 11, 2026

21Art Treviso | PASCALE MARTHINE TAYOU

 Prosegue fino al 4 aprile 2026, presso 21Art Treviso, la mostra personale di Pascale Marthine Tayou (Nkongsamba, Camerun, 1966), una delle voci più influenti della scena artistica contemporanea internazionale.

L'esposizione segna l'inizio della collaborazione tra 21Art e Galleria Continua, da anni punto di riferimento per l'artista e per il suo lavoro, e si inserisce nella strategia di 21Art, società benefit fondata da Alessandro Benetton su un progetto dell'imprenditore Davide Vanin, che punta allo sviluppo di partnership a livello nazionale e internazionale come strumento per sostenere e valorizzare la ricerca artistica contemporanea.

La mostra offre un percorso attraverso memoria, identità e geopolitica, tracciando il rapporto mutevole tra l'umanità e l'alterità che si colloca al centro della pratica di Pascale Marthine Tayou.

Attivo sin dai primi anni Novanta e internazionalmente riconosciuto per la sua partecipazione a Documenta 11 e a diverse edizioni della Biennale di Venezia, Tayou vive e lavora tra Gand e Yaoundé. La sua pratica aperta e poliedrica comprende scultura, installazione, disegno, video e arte tessile, ed è fondata su un deliberato rifiuto di qualsiasi appartenenza geografica o culturale fissa. Il lavoro di Tayou si radica nella consapevolezza che identità, potere e tradizione siano costrutti sociali e simbolici, costantemente soggetti a trasformazione. La nozione di viaggio, sia fisico sia mentale, e l'esperienza dell'incontro con l'Altro sono centrali nella sua ricerca artistica, che si confronta criticamente con le dinamiche del "villaggio globale".

All'inizio della sua carriera, Tayou ha aggiunto una "e" sia al suo nome che al secondo nome, conferendo loro una desinenza femminile come gesto giocoso volto a prendere le distanze dall'autorità artistica patriarcale e dai ruoli di genere rigidi. Questa resistenza si estende anche a qualsiasi tentativo di confinare la sua pratica a un'origine culturale o geografica specifica, posizione chiaramente illustrata dalla diversità e dalla forza dei lavori presentati presso 21Art Treviso.

La mostra riunisce una selezione significativa di opere emblematiche che spaziano attraverso un'ampia varietà di media.

Tug of War mette in scena un confronto simbolico tra due figure in bronzo, sovvertendo con ironia le dinamiche tradizionali di potere e stimolando una riflessione sulle relazioni di genere e sugli squilibri geopolitici. Con toni ironici, il titolo allude alle tensioni storiche tra le potenze occidentali e le società africane, trasformando il duello in uno spazio di riflessione sulla complementarità, sul potere e sul sottile ribaltamento delle strutture dominanti.

La serie Eseka trae origine da un evento locale, il luogo di un deragliamento ferroviario nella città di Eseka, a circa 100 chilometri da Yaoundé, per creare una metafora universale. Queste opere rappresentano spazi che allo stesso tempo accolgono e respingono, muovendosi nel fragile territorio tra desiderio, trauma e aspirazione.

A completare il percorso espositivo, Poupées Pascale e Bantu Towels introducono una dimensione più intima e narrativa. Attraverso materiali come il cristallo, i tessuti cuciti e oggetti di uso quotidiano, Tayou costruisce forme ibride che favoriscono il dialogo tra culture, memorie e simboli. L'atto del cucire e dell'assemblare pone la sfera domestica al centro del processo creativo, trasformandola in un luogo di collaborazione, trasmissione e rinnovamento.





Friday, January 16, 2026

Alessandro Moreschini. L’ornamento non è più un delitto

 Musei Civici d’Arte Antica di Biologna presenta la mostra L’ornamento non è più un delitto, mostra personale di Alessandro Moreschini, a cura di Raffaele Quattrone. 

Visitabile dal 18 gennaio 2026 al 22 marzo 2026, il progetto espositivo rientra nel programma istituzionale di ART CITY Bologna 2026 (5 - 8 febbraio)-
L’inaugurazione si svolge sabato 17 gennaio 2026 alle ore 17.30.

"L’ornamento non è più un delitto": con questa affermazione, pronunciata da Renato Barilli in un testo del 2020 dedicato a Lily van der Stokker e ad Alessandro Moreschini, si apre il percorso della nuova mostra dell’artista al Museo Civico Medioevale di Bologna. Una frase che, da dichiarazione critica, diventa oggi titolo e chiave di lettura di un progetto espositivo che rilegge la tradizione decorativa come gesto etico, come pratica di cura e di attenzione verso il mondo.

Da tempo Alessandro Moreschini (Castel San Pietro Terme, 1966) ha scelto una strada appartata e rigorosa, lontana dalle retoriche del minimalismo più severo e dalle promesse dell’ipertecnologia: una strada in cui l’ornamento non è aggiunta, ma pensiero; non maschera, ma rivelazione. Le sue superfici lavorate – trame meticolose, vegetali, iperdecorative - non rivestono gli oggetti: li trasformano. Sono presenze che respirano, microcosmi silenziosi capaci di insinuarsi negli interstizi del visibile e di restituire agli oggetti quotidiani una energia inattesa, una vibrazione interna.

Già alla fine degli anni ’90, Barilli aveva individuato in Moreschini una voce originale nel panorama italiano, inserendolo nella storica mostra collettiva 
Officina Italia e riconoscendo in quel giovane rigore decorativo una forza irradiante, “una preziosa limatura di ferro”. Oggi, quell’intuizione trova piena maturità in un lavoro che ha saputo svilupparsi con costanza, approfondendo la natura politica e sensibile dell’ornamento.
Perché l’ornamento, lungamente esiliato dal canone occidentale come elemento superfluo o sospetto, riemerge qui come linguaggio glocal: attento alle culture visive non egemoniche, aperto al desiderio, alla spiritualità, alla dimensione affettiva del guardare. È un’arte apparentemente “debole”, perché priva di monumentalismo, ma in realtà radicale nella sua prossimità, nel suo farsi presenza quotidiana, nel suo ritessere i nessi tra corpo, oggetto e mondo.

L’incontro con il 
Museo Civico Medioevale  offre a Moreschini un territorio ideale: uno spazio fatto di stratificazioni, memorie, oggetti votivi, preziosità minute, miniature, ori, che da secoli interrogano il nostro rapporto con il sacro, il simbolico, il potere evocativo delle superfici. Le opere contemporanee si insinuano tra i reperti storici senza competere con essi, ma stabilendo un dialogo osmotico, a tratti segreto, in cui la luce, il colore e il ritmo decorativo diventano ponti tra epoche e sensibilità differenti.


Il percorso espositivo - articolato in diversi ambienti del museo - accoglie interventi concepiti come 
presenze integrative
, non invasive: opere che crescono come un’edera visiva sulle architetture e sugli oggetti del passato, stabilendo legami inattesi. L’artista non impone un nuovo museo: ne rivela uno interno, emotivo, fatto di sussurri decorativi, di brividi luminosi, di dettagli che invitano a rallentare, a guardare con attenzione, a riscoprire il tempo dell’osservazione.






Thursday, January 15, 2026

Carla Accardi. Segni dell’anima #2

 C’è tempo fino a sabato 24 gennaio 2026 per visitare a Roma, alla Galleria Lombardi di via di Monte Giordano 40, la mostra monografica Carla Accardi. Segni dell’anima #2, curata da Lorenzo e Enrico Lombardi, con saggio critico in catalogo di Guglielmo Gigliotti, che ha riaperto i battenti dopo la pausa festiva invernale.

L’esposizione rappresenta il secondo capitolo del progetto Segni dell’anima, iniziato nell’ottobre 2025 con la mostra dedicata al marito Antonio Sanfilippo (Segni dell’anima #1).

In mostra 35 opere dagli anni Cinquanta del Novecento a primi Duemila di Carla Accardi (Trapani, 1924 - Roma, 2014), in un percorso che attraversa la sua poetica del segno: una poetica che ha reso l’artista figura centrale dell’astrattismo europeo della seconda metà del XX secolo e inizio XXI secolo.

La selezione di dipinti e disegni invita a scoprire come il segno, per Carla Accardi, sia diventato una forma di respiro, pensiero e vita stessa. Come diceva Apelle, secondo Plinio il Vecchio, citato da Guglielmo Gigliotti nel suo testo critico, “Nulla dies sine linea”, nessun giorno senza tracciare linee: una filosofia che Accardi ha vissuto pienamente, riconoscendo nella linea una metafora della vita stessa, capace di infinite possibilità di sviluppo.

L’esposizione ruota intorno a opere emblematiche come Blu-verde (1964), Segni grigi (1972) e Rossoargento (2001), titoli che già evocano spirito e modi di concepire il segno strutturante e la dimensione cromatica, accesa da contrasti e dissonanze.

Carla Accardi_Senza titolo, 1990
vinilico su tela 100x80


Carla Accardi_Rossonero, 1991
vinilico su tela 50x70

Carla Accardi -Tondo Turchese, 1987
Vinilico su tela diametro 20



Wednesday, January 7, 2026

AUTOROTELLA A vent’anni dalla scomparsa, la Fondazione Mimmo Rotella

 A vent’anni dalla scomparsa di Mimmo Rotella, tra i maggiori protagonisti della scena artistica internazionale, la Fondazione Mimmo Rotella rende omaggio al grande artista con il progetto espositivo, Autorotella, a cura di Alberto Fiz, in programma dal 9 gennaio al 29 marzo 2026. Le opere si sviluppano attorno ai suoi autoritratti e sono esposte in un luogo di particolare valore simbolico e storico, denso di ricordi e testimonianze, la Casa della Memoria di Catanzaro, casa-museo dove l'artista è cresciuto accanto alla madre modista.

 

L’inaugurazione è prevista per giovedì 8 gennaio 2026, alle ore 17.30, proprio in occasione dell’anniversario della scomparsa di Mimmo Rotella, presso la Casa della Memoria di Catanzaro. Intervengono Nicola Fiorita, Sindaco di Catanzaro, Donatella Monteverdi, Assessore alla Cultura del Comune di Catanzaro, Nicola Canal, Presidente della Fondazione Mimmo Rotella, e Alberto Fiz, Curatore della mostra.

 

La rassegna, che rimane aperta fino al 29 marzo 2026, prende spunto da una serie di opere conservate all'interno della Casa della Memoria per poi arricchirsi con preziose testimonianze messe a disposizione dalla Fondazione Mimmo Rotella in un'esposizione intitolata Autorotella con diretto riferimento all'autobiografia dell'artista che racconta in forma diaristica gli avvenimenti che lo hanno coinvolto tra il 1966 e il 1970. Si viene così a creare una stretta relazione tra parola e immagine nell'ambito di una rassegna che può essere letta come una dichiarazione di poetica, un modo originale per indagare il maestro del décollage attraverso la disseminazione della propria immagine. Le opere selezionate spaziano in un percorso che va dal 1969 al 1999 proponendo una sintesi di tecniche e stili: da Autoportrait, tela emulsionata del 1969, per giungere a Autoritratto napoleonico, lamiera con interventi di décollage e sovrapittura, passando attraverso un'altra lamiera dove compare l'artista con la figlia Asya sulle spalle. Non manca poi una scultura in bronzo con i tratti del motociclista e alcuni disegni autoironici e caricaturali.

 

Da Picasso a Warhol, da Giacometti a Bacon, l'affermazione del sé rappresenta una componente determinante di un'arte che rivolge il proprio sguardo all'interno, a un soggetto solo in apparenza stabile. Nel caso di Rotella la pratica dell'autoritratto è scevra da ogni forma di narcisismo autoreferenziale con l'artista che pone sé stesso come parte di un sistema semantico articolato dove il proprio volto può essere strappato, manipolato, ridipinto o reso iconico attraverso la maschera. Rotella mette così in discussione la propria immagine sottoponendola alla medesima forza di abrasione che agisce su altri contesti quali la pubblicità, l'universo cinematografico o il paesaggio urbano. Autorotella appare dunque come un percorso particolarmente attuale per indagare la poetica di un artista che, a vent'anni dalla scomparsa, non ha perso la propria forza trasgressiva e dirompente. 


Mimmo RotellaAutoritratto con Asya, 1992-
1999s
ovrapittura su lamiera
Courtesy Fondazione Mimmo Rotella


Mimmo RotellaAutoritratto,
s.d.
bronzo occhiali cuffia in cuoio
Courtesy Fondazione Mimmo Rotella


Autoportrait, 1969 tela emulsionata 90x60,3 cm
Courtesy Fondazione Mimmo Rotella

Autoritratto,1987 disegno33x42 cm
Courtesy Fondazione Mimmo Rotella
Autoritratto con Asya, 1992-1999 sovrapittura su lamiera100,7x75 cm
Courtesy Fondazione Mimmo Rotella




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