Milano - Lo spirito sovversivo del rame affilato e l’ambiguità percettiva della fragile pelle dalle tinte forti monocrome: dal 24 settembre al 20 novembre 2020, la Galleria Poggiali, nella sua sede di Milano, presenta Because it’s in my blood, prima personale in Italia dell’artista newyorchese Kennedy Yanko (St. Louis, 1988).
Dopo le importanti mostre degli ultimi anni negli USA, fra le altre quella al Museum of Contemporary Art di Detroit e quella alla galleria Kavi Gupta di Chicago, Kennedy Yanko lo scorso anno ha realizzato 3 WAYS, la sua prima opera pubblica presso il Poydras Corridor a New Orleans in collaborazione con The Helis Foundation e l’Ogden Museum of Art. Nello stesso anno è stata nominata per l’Art Forum’s “Critic’s Pick” e ha ricevuto il Colene Brown Art Prize dalla BRIC Arts Media. In questi stessi giorni Yanko inaugurera la sua personale, SALIENT QUEEN, presso la galleria VIELMETTER di Los Angeles.
Because it’s in my blood, è un omaggio a Betty Davis. Il titolo è preso in prestito dalla canzone F.U.N.K contenuta nell’album Nasty Gal del 1975. Simbolo di una generazione ed esempio di emancipazione sia per le donne che per la comunità afroamericana, Betty Davis, attraverso la sua musica, ha espresso la volontà di non dare per scontate le regole imposte da una società basata su principi ingiusti, gridando la sua indipendenza e rigettando tutte le regole alle quali, al tempo, e forse ancora oggi, la nostra società si aspetta che una donna afroamericana si attenga. Ora ritorna più attuale che mai la necessità di essere liberi, di esprimere sé stessi senza censure. Censurare qualcosa solo perché non si è in grado di comprenderlo significa privarsi, sia individualmente che collettivamente, di crescita, turbamento e messa in discussione.
In mostra nella galleria Milanese, sette nuove produzioni, frutto di una ricerca che l’artista porta avanti dal 2017; opere di dimensioni variabili, dalle più piccole, Jimmie e Space alla più grande Crow, sono tutte realizzate in bronzo e pelle dipinta.
Le opere nascono da un processo mentale, l’impiego materiali di recupero, che portano con sé il proprio vissuto, consente nel loro riutilizzo, una nuova vita.
Il metallo fa pensare subito all’industria, alla tecnologia ma per quest’artista non c’è niente di più lontano: il rame ad esempio, è un’entità vivente, con una sua anima e una sua storia, ognuno dei suoi lavori ha un suo portato e una sua sensibilità .
Showing posts with label american artists. Show all posts
Showing posts with label american artists. Show all posts
Monday, September 21, 2020
Friday, September 11, 2020
ROBERT BREER - TIME OUT
Bolzano - Dal 12 settembre 2020 al 5 giugno 2021 la Fondazione Antonio Dalle Nogare presenta la prima grande mostra personale in Italia di Robert Breer (Detroit, USA, 1926 – Tucson, USA, 2011).
Pioniere nelle tecniche di animazione, Breer fu uno dei fondatori dell’avanguardia americana ed è oggi considerato uno degli autori più innovativi nel cinema sperimentale. L'intera opera di Breer è una riflessione sulla possibilità di catturare il tempo, confondendo i confini tra l’immagine astratta e figurata, il movimento e la staticità , l’oggetto e il soggetto. Attraverso una selezione di più di settanta opere la mostra ripercorre tutti i sessant’anni di carriera dell’artista: dalle prime ricerche nell’ambito della pittura astratta e del neo-plasticismo, attraverso la sperimentazione con l’immagine in movimento e con una forma di animazione del tutto anticonvenzionale, fino ad arrivare ai Floats, le celebri sculture mobili, vere e proprie evoluzioni nello spazio tridimensionale delle forme astratte e anti-narrative che caratterizzano la ricerca pittorica e cinematografica dell’artista.
Fondazione Antonio Dalle Nogare
Rafensteiner Weg 19, Bolzano, Italia
ROBERT BREER, Tucson #1, 2009. Sculpture motorisée / Motorized
sculpture / Scultura motorizzata. 45 x 27,5 x 33,5 cm. Pièce unique / Unique
piece / Pezzo unico.
Courtesy Kate Flax, gb agency, Paris
|
Thursday, June 20, 2019
FRANK HOLLYDAY IN ROME
Club 57: Film, Performance, and Art in the East Village, 1978-1983, closed at MoMA in New York in April 2018. Held in collaboration with the Keith Haring Foundation, this exhibition is the largest ever show devoted entirely to the historic East Village club, who helped give legendary status to the New York counterculture in the late 1970s and early 1980s. The show took great care to outline the art scene of the period by including works by Keith Haring, Kenny Scharf, Adolfo Sanchez and Frank Holliday.
A little over a year later, Frank Holliday makes his first appearance in an Italian museum with his solo show held at Museo Carlo Bilotti, which will display 36 works, all created in 2016 during what the artist himself describes as his “monastic” Roman retreat. Indeed, throughout the summer of 2016, Holliday worked with speed and uncommon concentration in his studio near Piazza Navona – the works of the Italian Grand Masters all around him for inspiration, especially those of Caravaggio. In his “Roman cycle” paintings, Frank Holliday has relentlessly explored precisely this intermediate space between heaven and hell, the middle area, as the show’s curator, Cesare Biasini Selvaggi, points out. His great skill lies in giving a visual aspect to something completely immaterial, in other words painting reality in its unreality, seeking the hereafter in this world and this world in thinking about the hereafter. The beauty of the paint counterbalances the vigor of the brushstrokes, in a sequence of paradoxes where light and shadows, descents and ascents, absences and presences become inseparable.
Roma, Museo Carlo Bilotti, Aranciera di Villa Borghese
from 20 June to 13 October 2019
Si è conclusa nell’aprile del 2018 al MoMA di New York la mostra “Club 57: Film, Performance, and Art in the East Village, 1978-1983”. Realizzata in collaborazione con la Keith Haring Foundation, questa mostra è stata la più grande mai dedicata allo storico locale dell’East Village che ha contribuito a proiettare nel mito la controcultura newyorkese a cavallo tra anni Settanta e Ottanta. Particolare attenzione è stata dedicata alla sua scena artistica, con l’esposizione di opere di Keith Haring, Kenny Scharf, Adolfo Sanchez e Frank Holliday.
Poco più di un anno dopo, Frank Holliday fa il suo primo ingresso in un’istituzione museale italiana con la sua personale al Museo Carlo Bilotti, in cui vengono esposte 36 opere, tutte realizzate nel 2016 durante quello che l’artista statunitense stesso ha definito il suo soggiorno “monastico” romano. Nell’estate 2016, infatti, Holliday ha lavorato alacremente nel suo studio vicino a Piazza Navona, avendo come ispirazione le opere dei maestri della storia dell’arte, prime fra tutte quelle di Caravaggio. Nei suoi dipinti del “ciclo romano” – puntualizza il curatore della mostra Cesare Biasini Selvaggi – Frank Holliday ha scandagliato lo spazio intermedio, tra l’inferno e il paradiso, quella dimensione di mezzo. La sua grande maestria sta nel dare immagine a qualcosa di assolutamente immateriale, nel dipingere cioè la realtà nella sua irrealtà , cercando l’aldilà in questo mondo e questo mondo nel pensiero dell’aldilà . La bellezza del colore controbilancia la solidità del gesto pittorico, in un susseguirsi di paradossi dove luci e ombre, cadute e ascese, assenze e presenze diventano inscindibili.
Roma, Museo Carlo Bilotti, Aranciera di Villa Borghese
dal 20 giugno al 13 ottobre 2019
A little over a year later, Frank Holliday makes his first appearance in an Italian museum with his solo show held at Museo Carlo Bilotti, which will display 36 works, all created in 2016 during what the artist himself describes as his “monastic” Roman retreat. Indeed, throughout the summer of 2016, Holliday worked with speed and uncommon concentration in his studio near Piazza Navona – the works of the Italian Grand Masters all around him for inspiration, especially those of Caravaggio. In his “Roman cycle” paintings, Frank Holliday has relentlessly explored precisely this intermediate space between heaven and hell, the middle area, as the show’s curator, Cesare Biasini Selvaggi, points out. His great skill lies in giving a visual aspect to something completely immaterial, in other words painting reality in its unreality, seeking the hereafter in this world and this world in thinking about the hereafter. The beauty of the paint counterbalances the vigor of the brushstrokes, in a sequence of paradoxes where light and shadows, descents and ascents, absences and presences become inseparable.
Roma, Museo Carlo Bilotti, Aranciera di Villa Borghese
from 20 June to 13 October 2019
Si è conclusa nell’aprile del 2018 al MoMA di New York la mostra “Club 57: Film, Performance, and Art in the East Village, 1978-1983”. Realizzata in collaborazione con la Keith Haring Foundation, questa mostra è stata la più grande mai dedicata allo storico locale dell’East Village che ha contribuito a proiettare nel mito la controcultura newyorkese a cavallo tra anni Settanta e Ottanta. Particolare attenzione è stata dedicata alla sua scena artistica, con l’esposizione di opere di Keith Haring, Kenny Scharf, Adolfo Sanchez e Frank Holliday.
Poco più di un anno dopo, Frank Holliday fa il suo primo ingresso in un’istituzione museale italiana con la sua personale al Museo Carlo Bilotti, in cui vengono esposte 36 opere, tutte realizzate nel 2016 durante quello che l’artista statunitense stesso ha definito il suo soggiorno “monastico” romano. Nell’estate 2016, infatti, Holliday ha lavorato alacremente nel suo studio vicino a Piazza Navona, avendo come ispirazione le opere dei maestri della storia dell’arte, prime fra tutte quelle di Caravaggio. Nei suoi dipinti del “ciclo romano” – puntualizza il curatore della mostra Cesare Biasini Selvaggi – Frank Holliday ha scandagliato lo spazio intermedio, tra l’inferno e il paradiso, quella dimensione di mezzo. La sua grande maestria sta nel dare immagine a qualcosa di assolutamente immateriale, nel dipingere cioè la realtà nella sua irrealtà , cercando l’aldilà in questo mondo e questo mondo nel pensiero dell’aldilà . La bellezza del colore controbilancia la solidità del gesto pittorico, in un susseguirsi di paradossi dove luci e ombre, cadute e ascese, assenze e presenze diventano inscindibili.
Roma, Museo Carlo Bilotti, Aranciera di Villa Borghese
dal 20 giugno al 13 ottobre 2019
Subscribe to:
Posts (Atom)







