Monday, April 29, 2024

ALCHIMIE DELLA FORMA - SB ART JEWELS - GIOIELLI D'ARTE DI SERENA BONIFAZI

Creatività, passione, libertà, determinazione sono le linee guida che mi hanno diretto in questo percorsoÉ un’alchimia e tutto prende forma, attraverso l’arte l’anima si rivela,

la materia fa cadere il suo velo e tutto si trasforma in un continuo divenire.

La creazione è nata, un lungo cammino, un unico pezzo d’arte.”

(Serena Bonifazi)

Questa la filosofia di Serena Bonifazi, il leitmotiv, il filo conduttore di tutte le sue creazioni.

 

Dopo tante esposizioni in gallerie d’arte in Italia e all’estero e nel mondo delle case d’aste internazionali, Serena Bonifazijewelry designer romana, ha presentato per la prima volta le sue creazioni artistiche nella Capitale.

Gioielli-scultura in bronzo e argento, pezzi d’arte unici e serie limitate, pensati e realizzati dall artista interamente a mano con la tecnica della fusione a cera persa, in mostra a via Margutta con un titolo evocativo, Alchimie della Forma. Mostra ospitata nello spazio espositivo di Margutta Home, galleria-salotto dedicata all’architettura d’interni, ai complementi di arredo e agli oggetti di design contemporaneo, aperta sette anni fa dall’imprenditrice Marina Marseglia in collaborazione con una équipe di noti architetti.

In tanti non sono voluti mancare al cocktail party per festeggiare la giovane creatrice.

SB Art Jewels sono gioielli d’arte, creazioni sensuali e tattili come orecchini e anelli con serpenti in bronzo dorato di varie dimensioni e insolite forme asimmetriche, sinuose e arrotondate.  Un must-have le polsiere in pelle colorata enfatizzate dalla sovrapposizione di elementi in argento cesellato. Pensando ai gioielli di scavo è nata la collezione “Coincidenze”, anelli e orecchini a cerchio, lavorati a torchon in argento, bronzo dorato e brunito. Preziosi i gioielli pezzo unico bagnati in oro dalle forme irregolari con giochi di opposti, omaggio ai tagli di Fontana e alla fluidità del tempo,  ai cretti di Alberto Burri e alla materia primordiale. Ogni creazione racconta una storia, un dialogo tra scultura e arte in un continuo divenire. Molto ammirata la collezione Metropoli, bangle, anelli e orecchini dalle linee allungate e avveniristiche ispirati alle architetture di New York.

Ai gioielli pezzo unico, veri e propri oggetti del desiderio, si aggiunge la consolidata collezione Open Sesame, collane e bracciali prêt-à-porter in alluminio e resina gommata colorata declinata nei colori rosso, blu elettrico, verde brillante, arancio, marrone e black&white, linee geometriche che ricordano, sia nei fermagli che nella maglia delle catene, lo stile degli anni SettantaAllegri e ludicicreati da Serena Bonifazi per gli shop di alcuni musei italiani come il MAXXI e Il Museo del Novecento a Milano, sono diventati in poco tempo un accessorio cult da indossare tutti i giorni.












Friday, April 26, 2024

EFFETTO NOTTE: NUOVO REALISMO AMERICANO


Dal 14 aprile al 14 luglio 2024 le Gallerie Nazionali di Arte Antica, in collaborazione con Aïshti Foundation Foundation di Beirut, presentano la mostra Effetto notte: Nuovo realismo americano, a cura di Massimiliano Gioni e Flaminia Gennari Santori.

Più di 150 le opere esposte, tutte provenienti dalla collezione di Aïshti Foundation, una delle più importanti istituzioni di arte contemporanea sulla scena internazionale, fondata 25 anni fa dall’imprenditore italo-libanese Tony Salamé e dalla moglie Elham.

La mostra prende il titolo da un’opera dell’artista newyorkese Lorna Simpson. Day For Night – in italiano, “Effetto notte” – è un trucco cinematografico che consente di filmare scene notturne durante il giorno.

Il titolo è stato reso celebre da un film di Francois Truffaut del 1973: in francese l’effetto notte si chiama “Nuit Américaine”, la notte americana – un’immagine che ben si addice alle visioni chiaroscurate di questi artisti che negli ultimi decenni hanno catturato la realtà dell’America in tutta la sua complessità.

Palazzo Barberini ospiterà una selezione di opere di artisti attivi negli Stati Uniti – tra cui Cecily Brown, George Condo, Nicole Eisenman, Urs Fischer, Wade Guyton, Julie Mehretu, Richard Prince, Charles Ray, David Salle, Dana Schutz, Cindy Sherman, Lorna Simpson, Henry Taylor, Christopher Wool e molti altri – il cui lavoro si confronta con la questione cruciale del realismo e della rappresentazione della verità.

La progressiva erosione del concetto di verità che ha contraddistinto la cultura americana negli ultimi anni paradossalmente è coincisa con un ritorno alla figurazione da parte di numerosi artisti contemporanei. Mentre concetti quali alternative facts e post-truths si sono fatti largo nell’opinione pubblica americana, molti artisti hanno intrapreso una riflessione complessa sul concetto di realismo, in particolare nel campo della pittura contemporanea.

La mostra espone opere di artisti emergenti accanto al lavoro di importanti predecessori che hanno anticipato le recenti riflessioni sul concetto di verismo e rappresentazione.

Questa riflessione sul realismo trova un’originale e straordinaria collocazione nelle Gallerie Nazionali di Arte Antica che raccolgono la più ampia collezione al mondo di pittura caravaggesca, ovvero di opere di artisti che, per la prima volta e su scala europea, ambiscono a una rappresentazione naturalistica della realtà.

Il percorso inizia nella dodici sale dello Spazio Mostre al piano terra e prosegue negli spazi più emblematici del museo, come alcune sale monumentali del piano nobile – Atrio Bernini, Sala Ovale, Sala Marmi e Atrio Borromini – per concludersi infine nel cosiddetto Appartamento del Settecento, un interno rococò unico a Roma, al secondo piano di Palazzo Barberini, che in occasione della mostra verrà aperto per la prima volta al pubblico in maniera continuativa.

Tra interni barocchi e spazi monumentali, la mostra rappresenta un’occasione unica per conoscere ed esplorare gli sviluppi più recenti dell’arte negli Stati Uniti – visti attraverso una delle collezioni più importanti degli ultimi decenni – in dialogo con l’arte e l’architettura di Palazzo Barberini, in una ricca esplorazione delle relazioni che dal Seicento a oggi ancora si intersecano tra rappresentazione della realtà, potere e spettacolo.








Cindy Sherman

Jacqueline Humphries

Klara Liden

Jack Whitten


Dana Schütz


Selman Toor

Nicole Eisenman

Nicole Eisenman
Karen Kilimnik

Nicolas Party

Jill Mulleady

Joan Semmel

Nate Lowman

Tschabalala Self




Laura Owens

Christopher Wool


Tuesday, April 23, 2024

VISIONS | Emma Talbot

Dal 24 aprile al 4 giugno 2024 Mucciaccia Gallery presenta nella sede di Mucciaccia Gallery Project, Roma, in via Laurina 31, Visionsla prima mostra in Italia in una galleria privata di Emma Talbot (1969, Stourbridge, Regno Unito), artista britannica di fama internazionale, insignita del Max Mara Art Prize for Women nel 2020 e selezionata per The Milk of Dreams, mostra principale della curatrice Cecilia Alemani alla 59. Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia 2022.

Giulia Abate, direttore artistico di Mucciaccia Gallery Project, ha dichiarato: “Dopo la mostra di Maryam Eisler, il nostro percorso continua ad approfondire la creatività femminile, ospitando una delle artiste più rappresentative in questo senso nel panorama artistico internazionale di oggi. Emma Talbot, con le sue trame intessute di luce e colori, incarna l’anelito a ricercare un’ispirazione che trascende le linee e le forme, nel tentativo di ricondurci a un terreno comune di sensazioni e sentimenti ancestrali”.

In mostra 10 dipinti su seta e 14 disegni tratteggiano l’immaginario creativo dell’artista, in cui il linguaggio femminile si materializza sulle tele con figure semplificate, motivi mitologici, suggestioni intime ed evocazioni ritmiche.

Nel suo testo critico, Wells Fray-Smith afferma: ”Visions continua l’accurata analisi del paesaggio interiore, del pensiero e dell'emozione personali dell’artista. I dieci dipinti su seta sono episodi a sé stanti di un’unica narrazione, che racconta la duplicità e insieme la complementarietà di ciò che è politico e ciò che è personale. Proprio come nelle storie e nelle immagini di visionari come Hildegard van Bingen prima di lei, i dipinti colorati di Emma Talbot ci sfidano a immaginare che potrebbe esserci un'altra via, ricordandoci che anche di fronte all'atrocità, alla crisi climatica e alla sofferenza, esistono sempre la bellezza, la speranza e la curiosità”.

Emma Talbot in una conversazione con Catherine Loewe ha specificato: “Visions è una serie di opere dipinte su seta, che esplorano la capacità di sintonizzarsi con un modo di pensare che va oltre la normalità, di riconoscere una voce o un segno che alimenta l’immaginario dello spettatore. Le mie figure sono molto spesso in caduta libera o fluttuanti, si allungano o precipitano, nel tentativo di instaurare una connessione con qualcosa che può sostenerle. Nel dipinto Ancients, ad esempio, due figure sembrano allo stesso tempo cadere e arrampicarsi in uno spazio decorato da motivi etruschi, quasi come se scavassero alla ricerca di un’archeologia misteriosa per mettersi al riparo di un radioso e protettivo sguardo antico. I miei dipinti riflettono sul desiderio emotivo di essere guidati verso un futuro sicuro, sui nostri legami con la natura, con gli antenati, con la tecnologia e con l’amore”.


Note biografiche: Emma Talbot, nata nel 1969 a Stourbridge, Regno Unito, si è recentemente trasferita in Italia, a Reggio Emilia, dove vive e lavora. Conclusi gli studi al Kent Institute of Art & Design nel 1988, ha ottenuto un Bachelor of Fine Art presso il Birmingham Institute of Art & Design nel 1991 e un Master of Art in Painting presso il Royal College of Art (Londra) nel 1995. Fra le mostre personali recenti segnaliamo: Sounders of the Depths, GEM, Kunstmuseum Den Haag, L'Aia (2019); Art Night, William Morris Gallery, Londra (2019); Four Visions for a Hopeful Future, Cultural Institute of Radical Contemporary Arts (CIRCA), Londra (2021); The Age/L'Età, Whitechapel Gallery, Londra (2022); 21st Century Herbal, Beiqiu Museum, Nanjing (2023); In The End, The Beginning, KINDL Museum, Berlino (2023-2024); A Journey You Take Alone, Kunsthalle Giessen (2023-24). Mostre collettive recenti: Cycle, Portal, Path, Nest, L'Aia (2023); Irreplaceable Human? The Conditions of Creativity in the Age of AI, Louisiana Museum, Humlebæk (2023-2024).













Saturday, April 20, 2024

LA BIENNALE DI VENEZIA: PADIGLIONE ITALIA - DUE QUI / TO HEAR

Si intitola Due qui / To Hear il progetto espositivo per il Padiglione Italia alla 60. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia (20 aprile – 24 novembre 2024), promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. A cura di Luca Cerizza(con l’assistenza di Francesca Verga), il progetto ha il suo nucleo centrale in una grande installazione sonora e ambientale dell’artista Massimo Bartolini, che torna alla Biennale dopo la partecipazione al Padiglione Italia alla Biennale Arte 2013. In un’attenta relazione con il contesto espositivo, Due qui / To Hearpropone un itinerario attraverso tutti gli spazi del Padiglione Italia, incluso il giardino di pertinenza, in cui l’alternarsi di vuoti e pieni, di movimenti e soste, conduce a incontri inaspettati con opere e installazioni di natura sonora e performativa.

 

Partendo dalla traduzione apparentemente sbagliata, “Two here” (due qui) e “To hear” (sentire/udire), il titolo del progetto suggerisce già come l’ascoltare, il “tendere l’orecchio”, sia una forma di azione verso l’altro. Incontro e ascolto, relazione e suono sono, d’altronde, elementi indissolubili nella pratica ultratrentennale di Bartolini. In Due qui / To Hear il paradigma acustico va letto, quindi, sia come esperienza fisica che come metafora e invito all’attenzione, all’apertura verso l’altro.

 

Il progetto per il Padiglione Italia dialoga in questo senso con il tema della 60. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia Stranieri Ovunque / Foreigners Everywhere, a cura di Adriano Pedrosa, proponendo un’ulteriore declinazione per la quale il non essere straniero deve iniziare con il non essere stranieri a se stessi. “Ascoltare se stessi” è dunque cruciale per comprendere la posizione dell’individuo nel mondo e nella serie di relazioni che stabilisce all’interno della società.

 

Questa attitudine all’ascolto di se stessi e dell’altro è evidente anche nel dialogo che il progetto instaura tra forme e stilemi della tradizione culturale italiana (il giardino e la musica barocca), se non veneziana (la musica antifonale e la tradizione organistica), con quelli di altre culture e latitudini (l’arte e la spiritualità buddhista), tra una rappresentanza nazionale e la partecipazione al progetto di Massimo Bartolini di musicisti e scrittori stranieri.

Due qui / To Hear è, infatti, il risultato più complesso e ambizioso di una pratica collaborativa usata con frequenza attraverso gli anni dall’artista. In un lungo processo di dialogo e scambio, curatore e artista hanno definito una rete di relazioni, che danno vita a un lavoro collettivo in cui vengono coinvolti artisti di diverse discipline e provenienze geografiche. Le giovani compositrici Caterina Barbieri e Kali Malone e uno dei musicisti più importanti della musica sperimentale degli ultimi cinquant’anni, Gavin Bryars (insieme al figlio Yuri Bryars), hanno contribuito alle opere sonore di Bartolini, mentre la scrittrice e illustratrice per l’infanzia Nicoletta Costa e il romanziere e poeta Tiziano Scarpa sono stati invitati a concepire nuovi testi per l’occasione, per diventare parte del Public Program.

 

Componendosi di opere scultoree, installative, sonore e performative, Due qui / To Hear propone un itinerario molteplice e multisensoriale. L’intervento, nato da un rispettoso dialogo con gli spazi del Padiglione – ai quali non è stata apportata nessuna aggiunta strutturale né alcuna forma di “display” – si presenta come un itinerario tripartito che si sviluppa in due direzioni equivalenti e invita lo spettatore a muoversi liberamente all’interno degli ambienti. Nella Tesa 2, per esempio, si viene accolti dalla statua in bronzo di un Pensive Bodhisattva, figura iconografica dell’arte buddhista che rappresenta un uomo che, raggiunta l’illuminazione, vi rinuncia volontariamente per indicare la via agli altri uomini, abbracciando l’inazione. Questa statua è posta emblematicamente all’inizio di una lunga colonna poggiata a terra, linea di demarcazione che, dietro la fattezza architettonica, mostra la sua vera natura di canna d’organo producendo un suono prolungato. Il tempo sospeso introdotto dal Bodhisattva è quindi rafforzato da questa bassa vibrazione che suggerisce un tempo circolare.

 

Il percorso si sviluppa anche per tutta la Tesa 1, attraverso una complessa struttura di natura labirinticacostruita con materiali per ponteggi, il risultato di un sofisticato lavoro ingegneristico e musicale che rimanda alle macchine sonore barocche. La pianta di questo spazio attraversabile rievoca il disegno di un immaginario giardino barocco all’italiana. Un po’ come la fontana di questo giardino stilizzato, il centro dello spazio è occupato da una scultura circolare dal rigore minimalista (Conveyance, 2024). Quella che si presenta come una seduta intorno alla quale è possibile sostare e incontrarsi, è anche il punto dove poter contemplare i moti di un’onda conica. È questa oasi silente – cuore pulsante dell’intero progetto – che garantisce il miglior punto per ascoltare la composizione scritta per l’occasione da due musiciste tra le più riconosciute in ambito elettronico e sperimentale: Caterina Barbieri (1990, Italia) e Kali Malone (1994, Stati Uniti).

 

Un’ulteriore suggestione acustica è custodita dal Giardino delle Vergini incluso nel progetto del Padiglione: un coro per tre voci, campane e vibrafono composto da uno dei maestri della musica di ricerca e minimalista Gavin Bryars (1943, Gran Bretagna), insieme a suo figlio Yuri Bryars (1999, Canada). La composizione si ispira al testo del poeta argentino Roberto Juarroz (1925-95, Argentina) A veces ya no puedo moverme (Certe volte non riesco più a muovermi), che allude ad un essere umano che si percepisce come un albero ed è connesso al mondo attraverso radici, in un rapporto osmotico tra sé e l’altro “come se tutte le cose nascessero da me / o come se io nascessi da tutte le cose”. Un altro modo di suggerire possibili relazioni tra uomo e ambiente, dell’uomo come ambiente, che ritroviamo anche in Audience for a Tree (2024): uno spazio temporaneo creato da un cerchio di persone “piantate” intorno a un albero del giardino, in bilico tra atti di protezione e contemplazione. Nelle prossimità di questo teatro temporaneo, in alcuni momenti dedicati verranno performati due testi che rimandano al contesto del giardino e alla presenza di un albero, commissionati appositamente per il progetto alla scrittrice e illustratrice per l’infanzia Nicoletta Costa (1953, Italia) e al romanziere e poeta Tiziano Scarpa (1963, Italia) e che si svolgeranno all’interno dello spazio del Giardino nei giorni dell’inaugurazione e come parte del Public Program.

 

La mostra Due qui / To Hear è accompagnata da un Public Program promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura e curato da Luca Cerizza. Il programma si sviluppa in vari appuntamenti dentro e fuori gli spazi del Padiglione Italia ed è diviso in tre sezioni. La prima consiste negli eventi performativi che hanno luogo nei giorni di pre-apertura della Biennale Arte 2024 (16-17-18 aprile) e nel primo giorno di apertura pubblica (20 aprile); la seconda si caratterizza per eventi e incontri legati strettamente ai contenuti del Padiglione Italia e che si svolgono nei mesi di maggio, giugno, luglio e settembre (in collaborazione con Gaia Martino); mentre la terza comprende due progetti speciali di natura performativa e musicale che si terranno al di fuori del contesto veneziano: un evento che avrà luogo nel Parco Internazionale di Scultura di Banca Ifis a Mestre (VE) e una nuova performance sonora itinerante in Italia, appositamente concepita da Massimo Bartolini.









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